Riaprire la casa dei capolavori: la Pinacoteca Podesti e la nuova visione culturale di Ancona secondo l’Assessore alla Cultura Marta Paraventi
La riapertura della Pinacoteca Podesti di Ancona, dopo due anni di chiusura, non è stata un semplice ritorno alla normalità. Piuttosto, ha segnato l’inizio di una ridefinizione più profonda: quella del ruolo stesso del museo dentro la città. Non un luogo da restituire passivamente alla fruizione, ma uno spazio da riattivare, rendere riconoscibile, nuovamente desiderabile.
È su questo piano che si colloca il lavoro portato avanti dall’Assessore alla Cultura Marta Paraventi, che ha accompagnato la riapertura trasformando un intervento tecnico e infrastrutturale in un vero progetto culturale. Dalla costruzione di una nuova identità visiva alla definizione di un messaggio chiaro — “Riapre la casa dei capolavori” — fino alla scelta di immagini capaci di instaurare un rapporto diretto con il pubblico, il museo viene ripensato come esperienza, prima ancora che come luogo.
Accanto a questo, il tema dell’accessibilità diventa centrale e concreto: non solo come principio, ma come pratica che attraversa allestimento, linguaggi e strumenti. Didascalie accessibili, modelli tattili, sperimentazioni tecnologiche come la stampa 3D non sono elementi accessori, ma parti di una strategia che mira a rendere il patrimonio realmente condiviso.
In questo scenario, la Pinacoteca si inserisce anche in una prospettiva più ampia, legata alla candidatura di Ancona Capitale Italiana della Cultura 2028. Non come obiettivo isolato, ma come accelerazione di un percorso già avviato: quello di un museo che si propone come nodo attivo di una rete urbana, regionale e internazionale.
Con Marta Paraventi abbiamo approfondito visione, scelte e priorità di questo processo, tra riapertura, innovazione e costruzione di una nuova centralità culturale per la città.
La riapertura della Pinacoteca Podesti arriva dopo due anni di chiusura e un lungo lavoro di riqualificazione. Qual è stato, per lei, il passaggio più delicato nel trasformare un intervento tecnico e infrastrutturale in un vero progetto culturale per la città?
Il passaggio più delicato è stato comprendere che la sola riapertura non sarebbe bastata. Dopo due anni di chiusura, la Pinacoteca non poteva semplicemente tornare accessibile: doveva tornare a essere percepita come un luogo vivo, vicino, desiderabile per la cittadinanza.
Ho per questo seguito personalmente la trasformazione di un intervento tecnico e infrastrutturale in un vero progetto culturale, accompagnandolo fin dall’inizio con una strategia di comunicazione, sensibilizzazione e coinvolgimento. Abbiamo lavorato per tempo su una nuova identità visiva e su un messaggio forte, immediato e riconoscibile: “Riapre la casa dei capolavori”.
La scelta delle immagini è stata altrettanto importante: non solo le opere più note, ma anche quelle capaci di stabilire una relazione diretta con il pubblico, quasi uno sguardo che chiamasse le persone a entrare. Era fondamentale far capire che non si riapriva soltanto un museo, ma si restituiva alla città un luogo di appartenenza, di scoperta e di bellezza condivisa.
Credo che questa impostazione abbia funzionato: senza un progetto culturale e comunicativo forte, la riapertura sarebbe rimasta un fatto tecnico; così, invece, è diventata un fatto cittadino.
Il nuovo allestimento insiste molto sull’accessibilità, inclusione e leggibilità delle opere. Quanto è stato importante il dialogo con realtà come il Museo Tattile Statale Omero per ripensare il museo non solo come luogo di conservazione, ma come spazio realmente pubblico?
Il tema dell’accessibilità, per noi, non si esaurisce affatto in una scelta di principio, ma rappresenta un criterio concreto con cui abbiamo voluto ripensare la Pinacoteca. Abbiamo lavorato innanzitutto sulla leggibilità, corretta disposizione e leggibilità delle opere e dei contenuti, prevedendo le didascalie in italiano e inglese, per circa venti opere anche approfondimenti e la versione in braille.
A questo si aggiunge un primo nucleo di modelli tattili, che riguarda opere particolarmente significative del nuovo allestimento, come ad esempio l’Immacolata Concezione di Guercino, un grande ritratto di Francesco Podesti e la Crocifissione di Tiziano. Si tratta di una scelta importante, perché consente di ampliare concretamente le modalità di fruizione e di rendere il museo più aperto, inclusivo e realmente pubblico.
Ma il discorso dell’accessibilità non si ferma qui. Stiamo infatti sviluppando ulteriori rapporti con il Museo Tattile Statale Omero, l’Università Politecnica delle Marche e con l’Accademia di Belle Arti di Roma per accogliere nuovi modelli tattili della Pala Gozzi di Tiziano, che rappresenta una delle opere centrali della Pinacoteca e un simbolo identitario fortissimo per la città.
C’è poi un aspetto che ritengo molto significativo anche dal punto di vista culturale. Quando la Pala Gozzi è stata temporaneamente assente perché concessa in prestito per la mostra di Pieve di Cadore, in occasione delle celebrazioni per i 450 anni dalla nascita di Tiziano e nel quadro degli eventi collegati alle Olimpiadi Milano-Cortina, non ho voluto che la sua assenza producesse semplicemente un vuoto.
Per questo si è scelto di non lasciare la cornice priva di contenuto, ma di restituire comunque la presenza dell’opera attraverso una copia fedele realizzata con stampa 3D. È stata una soluzione non soltanto funzionale, ma culturalmente molto interessante, perché questa riproduzione ha reso visibili dettagli e particolari che spesso, a occhio nudo, risultano meno percepibili.
In questo senso, l’accessibilità si lega strettamente anche al tema dell’innovazione.
La tecnologia non viene utilizzata come elemento accessorio, ma come strumento per ampliare la conoscenza, migliorare l’esperienza del pubblico e rendere il patrimonio più democraticamente fruibile. La stampa 3D tra l’altro sarà ricomposta e allestita nel Teatro delle Muse, e come tale oltre a essere vista costituirà un veicolo promozionale per la pinacoteca situata nelle vicinanze.
Questa è la direzione in cui vogliamo continuare a muoverci: una Pinacoteca che conservi, valorizzi e, allo stesso tempo, sappia parlare a pubblici diversi, con strumenti diversi, senza escludere nessuno.
Nel percorso espositivo convivono grandi capolavori – da Tiziano a Lotto, da Crivelli a Guercino – e una forte attenzione all’identità anconetana, con figure come Francesco Podesti e Andrea Lilli. Come si costruisce oggi un equilibrio tra valore universale delle opere e radicamento territoriale?
L’equilibrio tra il valore universale delle opere e il loro radicamento territoriale si costruisce innanzitutto attraverso una lettura storica consapevole. Bisogna, cioè, conoscere bene sia la storia dell’arte italiana sia la storia artistica di Ancona, perché i grandi capolavori che oggi consideriamo universali non sono arrivati in città in modo astratto, ma attraverso una trama concreta di committenze, famiglie, mercanti, chiese, collezioni e devozioni locali. Opere come la Pala Gozzi di Tiziano, il piccolo Carlo Crivelli, la Madonna di Lotto, il Guercino e molti altri parlano certamente un linguaggio artistico altissimo e riconoscibile su scala internazionale, ma al tempo stesso raccontano la storia di Ancona, delle sue famiglie, della sua apertura commerciale e del suo rapporto con i grandi circuiti culturali del tempo.
Da questo punto di vista, il radicamento territoriale non riduce il valore universale dell’opera, ma anzi lo rende più leggibile e più vivo. Il museo deve proprio fare questo: mostrare che quei capolavori non sono presenze isolate, ma parti integranti della storia culturale della città. A questa dimensione si affianca poi quella degli artisti nati ad Ancona, come Francesco Podesti e Andrea Lilli, che rappresentano in modo esemplare l’identità artistica locale. Podesti è un caso particolarmente significativo: artista anconetano formatosi poi a Roma anche grazie al sostegno di famiglie cittadine, riconosciuto dalla sua città ancora in vita e, a sua volta, così legato ad Ancona da donare il primo nucleo fondamentale della Pinacoteca civica. Andrea Lilli, invece, è una figura straordinaria per originalità, libertà e intensità spirituale: un pittore che lavora nel cuore della regione e che affascina proprio per la forza autonoma del suo linguaggio.
In questo senso, il percorso espositivo non mette in contrapposizione i grandi nomi della pittura italiana e i protagonisti anconetani, ma li fa dialogare. Ed è proprio in questo dialogo che si costruisce l’equilibrio più giusto: da un lato il respiro ampio della grande storia dell’arte, dall’altro la consapevolezza che Ancona non è stata un luogo marginale, ma una città capace di commissionare, accogliere, custodire e generare arte di altissimo livello.
Dopo la vittoria di Ancona come Capitale italiana della Cultura 2028, si apre una fase completamente nuova, fatta di aspettative ma anche di responsabilità. In che modo la Pinacoteca Podesti può diventare uno dei luoghi chiave per tradurre questa vittoria in un’eredità culturale duratura per la città?
La vittoria di Ancona Capitale italiana della Cultura 2028 non apre un percorso che comincerà nel 2028, ma rende ancora più evidente che questo percorso è già iniziato. E la Pinacoteca Podesti ne è uno dei luoghi centrali fin dal momento della sua riapertura, il6 dicembre 2025, perché proprio mentre lavoravamo al dossier di candidatura era chiaro che questo museo non dovesse essere soltanto restituito alla fruizione pubblica, ma dovesse diventare un motore culturale stabile per la città.
La Pinacoteca, infatti, può svolgere un ruolo decisivo perché non è solo un luogo di conservazione, ma un luogo di produzione di conoscenza, di ricerca e di programmazione, una struttura aperta e viva, capace di accompagnare la città verso il 2028 attraverso un’attività continua di mostre, approfondimenti e percorsi che valorizzino il patrimonio conservato e lo mettano in dialogo con grandi temi storici e culturali. Penso, ad esempio, a mostre di ricerca dedicate ai contesti delle opere più importanti, al grande tema del Rinascimento adriatico esplorato da Pietro Zampetti, con focus su Tiziano e Lorenzo Lotto, e anche al lavoro di ricostruzione ideale delle opere perdute o disperse che un tempo erano presenti in città.
Ma il punto decisivo è che la Pinacoteca non va pensata in isolamento. Deve diventare un hub culturale dentro una rete più ampia, perché i principali musei di Ancona — la Pinacoteca, il Museo Archeologico Nazionale delle Marche, il Museo Diocesano — sono tutti collocati nel centro storico, lungo quella dorsale urbana che sale verso la Cattedrale e che racconta, da sola, una stratificazione millenaria. A questa rete si aggiungono anche il Museo Tattile Statale Omero che ha un ruolo decisivo dentro Ancona 2028.
Ecco perché la Pinacoteca può tradurre questa vittoria in un’eredità culturale duratura: perché può essere il luogo in cui Ancona costruisce una continuità, non un episodio. Un museo che non si limita a esporre, ma che ricerca, produce, dialoga, mette in rete istituzioni e saperi, e aiuta la città a riconoscersi in una visione culturale più ampia.
La designazione a Capitale della Cultura porta con sé un’accelerazione dei processi e una maggiore visibilità nazionale e internazionale. Quali sono, secondo lei, le priorità immediate per la Pinacoteca affinché non sia solo protagonista del 2028, ma continui a generare valore anche negli anni successivi?
Le priorità immediate, a mio avviso, sono molto chiare e vanno tutte nella direzione di fare della Pinacoteca non un luogo importante solo nel 2028, ma una struttura capace di generare valore stabile nel tempo.
La prima è lavorare alla costruzione di una vera rete museale urbana. La Pinacoteca si è già fatta promotrice di un tavolo tecnico con le istituzioni museali di Ancona, con l’obiettivo di arrivare nel 2026 a un biglietto unico e a una maggiore integrazione tra i luoghi della cultura. Su questo stiamo avviando un confronto con la Direzione regionale Musei Nazionali Marche, poichè Ancona è città pilota nella sperimentazione delle linee guida del Ministero della Cultura per le reti museali urbane.
La seconda priorità è consolidare la presenza della Pinacoteca dentro un tessuto relazionale più ampio, non solo cittadino ma regionale. La Pinacoteca deve diventare sempre di più un soggetto che dialoga con gli altri musei delle Marche e contribuisce a costruire una narrazione condivisa della storia artistica e culturale della regione.
La terza priorità è rafforzarne la proiezione nazionale e internazionale attraverso mostre di ricerca e collaborazioni di alto profilo. Fino a settembre 2026 ospitiamo una situazione assolutamente eccezionale, con la compresenza di opere di Tiziano che rende Ancona un punto di riferimento per studiosi e pubblico. A questo si aggiungono il lavoro con la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore e, già in prospettiva 2027, la collaborazione con il Museo di Belle Arti di Budapest per la grande mostra su Lorenzo Lotto, che potrà dare alla città una visibilità molto significativa anche sul piano internazionale.
In sintesi, la Pinacoteca deve muoversi contemporaneamente su tre fronti: rete urbana, rete regionale e apertura internazionale. Se riusciremo a consolidare queste tre dimensioni, allora il 2028 non sarà un episodio, ma un passaggio dentro una crescita lunga e duratura.
